AGAINST ANIMAL CRUELTY

Pesca

Prodotti ittici vietati a Capaccio. Sequestrati 3 quintali di novellame

Il pesce, triglie di soli quattro centimetri, era stato pescato con reti che violano le disposizioni comunitarie

SALERNO – Pesce pescato con reti che violano le disposizioni comunitarie per la salvaguardia della fauna marina. A Capaccio, nel salernitano, sono stati sequestrati oltre 300 chili di novellame di triglia. Il sequestro è stato effettuato dalla Sezione operativa navale della guardia di finanza di Salerno in località Foce Sele. Il novellame, che misurava appena 4 centimetri, è stato scoperto all’interno di un furgone ed è stato sottoposto a visita veterinaria da parte di personale dell’ASL Salerno 2, che ne ha confermato la commestibilità. Devoluto in beneficenza, i finanzieri hanno denunciato all’autorità giudiziaria un uomo, che dovrà rispondere di detenzione per la commercializzazione di prodotti ittici vietati.

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PESCA: NONOSTANTE VETO SPADARE ANCORA IN USO NEI NOSTRI MARI

”Centinaia di spadare ”mascherate” ancora in uso nei nostri mari. Dai numeri delle attivita’ di contrasto effettuate dalle Capitanerie di Porto e dalla Guardia costiera tra il 2005 e il 2009 emerge un quadro allarmante che non solo mette a rischio il nostro ecosistema marino, ma pone il nostro paese in una posizione di ulteriore criticita’ rispetto all’Unione Europea”. A lanciare l’allarme e’ Ermete Realacci (PD) che, grazie ad una denuncia di Greenpeace e Legambiente, sulla questione ha presentato un’interrogazione parlamentare ai Ministri Prestigiacomo, Galan e La Russa.

”Nonostante le spadare siano messe al bando nel nostro paese da una legge europea dal 2002 e che i pescatori abbiano ricevuto per la dismissione di questi attrezzi da pesca contributi pari a circa 200 milioni di euro – prosegue – , risulta che a tutt’oggi oltre 300 unita’ di pesca, continuino a usare illegalmente delle spadare ”modificate” per la pesca al pescespada e che le azioni di contrasto, messe in campo dalle forze di polizia marittima abbiano notevole difficolta’ a combattere la diffusa illegalita’ in assenza di sanzioni dissuasive e efficaci”.

”Ai pescatori di pesce spada”, aggiunge ”venne anche offerta una nuova licenza di pesca denominata ”ferrettara”, una piccola rete da posta derivante la cui lunghezza non puo’ superare i 2.5 km, deve essere impiegata unicamente entro 10 miglia dalla costa e non puo’ essere utilizzata per la pesca ai grandi pelagici, come il tonno o pescespada. Ma come emerge da tempo, molti pescatori utilizzano le ferrettare come spadare in barba alla legge e alle sanzioni. Un fatto grave, che ha gia’ fatto condannare l’Italia da parte della Corte di Giustizia europea per non aver contrastato con efficacia l’illegalita’ con la relativa restituzione dei fondi europei ottenuti e che nuoce non solo all’ecosistema marino ma ai tanti pescatori che operano nel rispetto delle leggi e che di mare vivono”.

(ASCA)


MAREA NERA: LA COMPAGNIA PETROLIFERA FA “MEA CULPA”

L’amministratore delegato della British Petroleum (Bp), Tony Hayward, ha dichiarato che la compagnia è «assolutamente responsabile» per la ripulitura del disastro della marea nera nel Golfo del Messico.

«PULIREMO TUTTO» La compagnia petrolifera British Petroleum (Bp) si impegna ufficialmente a pagare «tutti i costi necessari e adeguati per la ripulitura» della marea nera creata dalla fuoriuscita sottomarina di petrolio dalla sua piattaforma affondata nel Golfo del Messico. La Bp lo annuncia in un comunicato ufficiale. «La Bp – si legge nella nota diffusa da Londra – si assume la responsabilità della risposta alla marea nera…Noi la ripuliremo». La compagnia petrolifera si impegna inoltre a «pagare tutte le richieste di indennizzo legittime e oggettivamente verificabili per le perdite e i danni legati alla marea nera», facendo riferimento ai danni ai beni, alle persone e le perdite commerciali«.

SI TENTA DI CHIUDERE UNA FALLA La compagnia petrolifera britannica BP spera di riuscire ad installare oggi una valvola che chiuda una delle tre falle sotto la piattaforma affondata nel Golfo del Messico, per ridurre la fuoriuscita di petrolio che minaccia le coste meridionali degli Stati Uniti. Lo ha spiegato al New York Times il coordinatore degli interventi per conto della compagnia, Bob Fryar. Quest’ultimo, vicepresidente delle operazioni in Angola, è stato trasferito a Houston per guidare lo sforzo tecnico per chiudere le perdite sul fondale a 1.500 metri di profondità. La compagnia spera di riuscire a installare oggi una valvola di arresto su una delle falle, per bloccare una parte della perdita. Nei prossimi giorni la BP conta di calare sopra le altre due perdite due cupole di cemento con un una tubazione in cima, per pompare in superficie il greggio che esce.

BP: ECCO IL PIANO PER CHIUDERE LE FALLE La compagnia petrolifera britannica BP spera di riuscire ad installare oggi una valvola che chiuda una delle tre falle sotto la piattaforma affondata nel Golfo del Messico, per ridurre la fuoriuscita di petrolio che minaccia le coste meridionali degli Stati Uniti. Lo ha spiegato al New York Times il coordinatore degli interventi per conto della compagnia, Bob Fryar. Quest’ultimo, vicepresidente delle operazioni in Angola, è stato trasferito a Houston per guidare lo sforzo tecnico per chiudere le perdite sul fondale a 1.500 metri di profondità. La compagnia spera di riuscire a installare oggi una valvola di arresto su una delle falle, per bloccare una parte della perdita. La fuoriuscita maggiore viene dalla sommità del tubo spezzato che collegava il pozzo con la piattaforma. Entro sei giorni, la BP conta di calare sopra la perdita una cupola di cemento con un una tubazione in cima e pompare in superficie il greggio che esce. La terza falla si trova alla base del tubo, vicino alla bocca del pozzo. La compagnia pensa di calare un’altra cupola di contenimento sopra questa perdita, dai due ai quattro giorni dopo aver calato la prima. Sul fondale alla bocca del pozzo si trova una gran quantità di impianti (valvole, leve, serbatoi, incastellature, tubazioni) che avrebbero dovuto bloccare il flusso in caso di incidente e che non hanno funzionato. «Il dispositivo anti-perdite ha un sacco di sistemi di emergenza, ci sono molte opzioni per chiudere – ha detto Fryar -. Nessuna di queste ha funzionato». Per eliminare definitivamente la fuoriuscita, la BP ha progettato di tagliare il tubo spezzato alla base e piazzare una valvola sopra il foro. La manovra dovrebbe essere eseguita da robot collegati con le navi appoggio in superficie ed è estremamente rischiosa. La pressione con la quale il petrolio esce è molto forte: tagliando il tubo, il flusso di greggio potrebbe aumentare di molto. A breve sul pozzo sarà installato un misuratore di pressione che dirà se l’operazione è possibile. La BP conta anche di scavare nuovi pozzi sul fondale per iniettare liquido pesante nella cavità del giacimento per bloccare la fuoriuscita. Lo scavo del primo di questi pozzi comincerà «appena il tempo lo permetterà», ha detto Fryar. Il secondo comincerà nel giro di due settimane. L’operazione richiederà comunque mesi. Per il secondo giorno viene gettato un solvente chimico sul petrolio appena esce dalla perdita principale. Il solvente (di solito usato sulla superficie) spezza il greggio in piccole gocce e favorisce la sua caduta sul fondo. La BP spera di riuscire a iniettare il solvente direttamente nel tubo spezzato, per farlo mescolare meglio col petrolio. Ieri il maltempo ha impedito tuttavia agli aerei di gettare questa sostanza sulla chiazza in superficie. «Pensiamo che questo solvente sia molto efficace – ha detto Fryar -. Speriamo che il greggio non raggiunga la superficie». L’impatto sull’ambiente dei prodotti chimici usati per la bonifica tuttavia non è noto.

OBAMA: «CATASTROFE SENZA PRECEDENTI» Eravamo pronti all’emergenza sin dall’inizio, e abbiamo risposto appena possibile. Lo ha detto il presidente degli Stati Uniti Barack Obama, oggi a Venice, in Lousiana dopo un briefing della Guardia Costiera.«Sin dal primo giorno – ha detto Obama – eravamo preparati al peggio e abbiamo reagito con decisione». La marea nera del Golfo del Messico è una «catastrofe forse senza precedenti». Lo ha detto il presidente Barack Obama a Venice in Louisiana. Il presidente degli Stati Uniti Barack Obama, oggi a Venice, in Lousiana dopo un briefing della Guardia Costiera, ha garantito che per l’area colpita dalla marea nera, «ci saranno risarcimenti adeguati» . Al termine della sua breve dichiarazione, senza rispondere a nessuna domanda, Obama ha confermato che è sua intenzione incontrare la popolazione locale prima di tornare in serata a Washington.

TARTARUGHE MORTE IN MISSISSIPI Una ventina di tartarughe marine sono state trovate morte nel fine settimana sulle spiagge del Mississippi, tra Bay St. Louis a Biloxi. Non è ancora chiaro se le tartarughe, molte delle quali in via di estinzione, siano morte a causa della marea nera o per altre cause. Secondo gli esperti del centro per lo studio dei mammiferi marini di Gulfport, le tartarughe non avevano la carcassa coperta di petrolio, ma potrebbero esser morte per avere ingerito pesci contaminati.

«PROVATO CON TUTTI I MEZZI» Doug Suttle, il Chief Operating Officer della Bp ha detto al New York Times che il colosso petrolifero ha «usato praticamente tutti i mezzi che aveva. Non ci sono molte altre risorse nel mondo da impiegare contro una perdita come questa». Azionare l’interruttore che dovrebbe chiudere la falla nel pozzo della marea nera è come fare «chirurgia a cuore aperto a 1.500 metri di profondità con sottomarini telecomandati». Lo ha detto alla Abc il presidente di Bp America Lamar McKay McKay ha ammesso che l’esplosione sulla Deepwater Horizon è stata provocata da un «attrezzatura che si e;’ guastata», ma non ha precisato quale. Il presidente del Bp Usa ha detto che una cupola di contenimento della perdita è in via di completamento e potrà essere messa in opera tra sei-otto giorni.

MACCHIA IN ATLANTICO? Dal governatore della Louisiana Bobby Jindal a Tony Buffone, pescatore italo-americano di Venice, il Golfo del Messico investito dalla marea nera aspetta oggi al varco il presidente Barack Obama mentre il petrolio continua a sgorgare incontrollato dal pozzo Bp e un esperto prospetta uno scenario da incubo: la macchia di greggio che avanza portata dalla corrente del Golfo potrebbe arrivare in Atlantico. Obama è atteso oggi nella regione per un rapidissimo blitz deciso all’ultimo momento quando le polemiche sulla lentezza della reazione di Bp ma anche del governo federale hanno raggiunto una massa critica. «Per Haiti si sono mobilitati subito – tuona Tony Buffone – mentre noi dobbiamo aspettare». La marea nera «minaccia del nostre coste, la nostra cultura e il nostro modo di vita», ha detto Jindal, un repubblicano con le carte in regola per sfidare Obama nel 2102: «Sono stanco di aspettare che Bp tiri fuori un piano e che la Guardia Costiera lo approvi». La visita di Obama nel Golfo è stata accuratamente studiata per evitare che il presidente ripeta l’errore del presidente George W. Bush che nel 2005 sorvolò con l’Air Force One New Orleans colpita al cuore da Katrina dando un senso tangibile del suo distacco dalla tragedia che a terra stava vivendo – e uccidendo – il paese reale. Intanto salgono le polemiche per il comportamento di Bp: il colosso britannico del petrolio, che non aveva messo in conto la possibilità di un incidente come quello della Deepwater Horizon, adesso è a corto di soluzioni e ha chiesto aiuto alle società rivali perchè diano una mano a risolvere l’emergenza che, secondo gli esperti, sarà peggio di quella della Exxon Valdez. La Guardia Costiera ha ammesso ieri che è «impossibile quantificare» il petrolio uscito dalle falle provocate dall’affondamento della piattaforma petrolifera esplosa il 20 aprile. Secondo un crescente numero di esperti, la macchia di petrolio è triplicata negli ultimi due giorni, il che potrebbe indicare che a 1.500 metri sotto il mare la perdita è aumentata di intensità. E se, come ha previsto Hans Graber, oceanografo del Center for Southeastern Tropical Advanced Remote Sensing dell’Università della Florida, la marea nera dovesse essere intercettata dalla corrente del Golfo, il disastro arriverebbe in un batter d’occhio nel sud della Florida e da lì sulle coste atlantiche dello Stato: secondo Graber «non è più questione di se ma è questione di quando».

GREENPEACE: “BRITISH PETROLEUM COME LE BANCHE DI WALL STREEET” «La Bp e le altre compagnie petrolifere si sono comportate come le banche di Wall Street, ripetendo ‘non preoccupatevi, ce ne occupiamo noi e non succederà nientè. E poi ecco il dramma». Per Mark Floegel, uno dei responsabili Usa di Greenpeace, che monitora la situazione a Venice, la colpa della marea nera che minaccia sempre più il sud della Louisiana è senza dubbio della British petroleum, anche se la Casa Bianca di Obama, pur essendo più sensibile alle tematiche ecologiche, avrebbe potuto muoversi meglio. Floegel parla con i giornalisti poco prima dell’ arrivo del presidente Obama a Venice, nei pressi del Delta del Mississippi, dove è atteso oggi dopo che avrà sorvolato in elicottero l’area del dramma marea nera, nel Golfo del Messico. «Non abbiamo eletto Barack Obama presidente degli Stati Uniti perchè ci esprima appoggio e partecipazione quando c’è un problema – spiega Floegel – , ma lo abbiamo scelto per le sue politiche. Obama è meglio del suo predecessore George W. Bush, ma non può continuare a subappaltare la sicurezza energetica alle compagnie petrolifere, che come tutti sappiamo, mentono». «La Casa Bianca deve mettersi a studiare – conclude il responsabile di Greenpeace – , non può continuare a fidarsi di quello che le raccontano, anche se è vero che questa volta la risposta del governo federale è stata decisamente più rapida rispetto all’Amministrazione precedente, quella di Bush, per l’uragano Katrina nel 2005».

LA MAREA NERA MARTEDI’ IN FLORIDA La marea nera del Golfo del Messico non arriverà in Florida prima di martedì o mercoledì Lo ha detto il segretario statale all’ambiente Michael Sole. Le stime potrebbero cambiare a secondo delle correnti e dei venti. In Florida il punto di arrivo della marea dovrebbe essere Pensacola.

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PESCA: SINDACI S. BENEDTTO E GIULIANOVA CHIEDONO FERMO DI 2 MESI

Mentre prosegue lo sciopero, iniziato da una settimana dei pescatori delle marinerie di San Benedetto del Tronto e di Giulianova (Teramo), colpite dalla crisi del comparto del pesce azzurro, i sindaci delle due citta’ marchigiana e abruzzese chiedono oggi congiuntamente un “fermo urgente limitato al pesce azzurro per almeno due mesi, oltre al reperimento di fondi a sostegno dei marinai e ad una regolamentazione della pesca.” In una nota diffusa dal Comune di San Benedetto, il primo cittadino di Giulanova, Francesco Mastromauro, ricorda come “fin dal settembre 2009 Walter Squeo, presidente della Federpesca Abruzzo, aveva richiamato l’attenzione sulla crisi in atto nel settore in questione. La pesca indiscriminata – sostiene Mastromauro – ha determinato il collasso per cui il pesce azzurro o non si trova, o e’ deprezzato essendo noi, ormai, invasi dal pesce croato”. Il sindaco giuliese, sottolineando la sua vicinanza a tutte le associazioni di categoria, aggiunge poi: “Appoggio con forza quelle che mi sembrano soluzioni dettate dalla logica e dal buon senso: un fermo urgente limitato al pesce azzurro per almeno due mesi, il reperimento di fondi a sostegno dei marinai e, ancora, una regolamentazione della pesca con tariffe e taglia minima per il pesce azzurro, lasciando libero il novellame. Non sarebbe poi inopportuno creare un consorzio per gestire quantitativi e giornate di pesca, prendendo a modello quello creato per le vongole.” Mastromauro ricorda infine la “piena convergenza e la forte collaborazione” con il sindaco di San Benedetto Giovanni Gaspari e conclude : “Agiremo affinche’ gli assessorati alla pesca delle due Regioni Marche e Abruzzo intervento sul Ministero dell’Agricoltura che ha disponibilita’ delle risorse del Fondo Europeo per la Pesca, a sostegno delle situazioni di crisi.”

(AGI)


TARTARUGHE MARINE, A MIGLIAIA CATTURATE DAI PESCHERECCI

Tartarughe marine una sopravvivenza dura e faticosa: non solo inquinamento, ma anche il pericolo di venire uccise accidentalmente dai pescherecci. Un nuovo studio, pubblicato su Conservation letters, descrive un quadro allarmante degli effetti che le varie modalita’ di pesca hanno sulla vita (e morte) di queste testuggini. La nuova analisi sottolinea come gli ami e le reti utilizzati per la pesca commerciale rappresentano un vero pericolo per la vita delle tartarughe marine: negli ultimi 20 anni piu’ di otto milioni di esemplari sono morti dopo essere state pescate ”per sbaglio” dai pescherecci e, solo nel Mediterraneo, sono migliaia le tartarughe caretta caretta che ogni anno vengono uccise dalla pesca con palangari e a strascico. Un team di ricerca, guidato dai biologi Bryan Wallace del Conservation International di Arlington, in Virginia, e Rebecca Lewison della San Diego State University in California, hanno esaminato nel dettaglio le relazioni di tutte le catture accidentali delle tartarughe avvenute tra il 1990 ed il 2008. Dai dati raccolti sono tre le tecniche di pesca che si aggiudicano il primato negativo: a strascico, in cui una rete generalmente a forma conica viene trainata sul fondo del mare da una piu’ barche, con palangari, attraverso cioe’ delle ”trappole” con 100 o piu’ ami insieme, ed ultima quella ad imbrocco. Quest’ultima tecnica, cui primato ‘negativo’ se lo aggiudica il Mar Adriatico, intrappola la testa del pesce – che non viene immobilizzato non riuscendo piu ad andare ne’ avanti ne’ indietro – nella maglia della rete che viene lasciata generalmente alla deriva sotto l’azione dei venti e delle correnti. I ricercatori inoltre, basandosi su osservazioni dirette svolte a bordo ed interviste con i marinai, hanno puntato il dito su due aree particolarmente delicate: Pacifico orientale e Mediterraneo. In queste zone infatti i tassi di pesca accidentale delle tartarughe sono molto elevati al punto tale da definirle ”aree a priorita’ urgente di conservazione”. E’ stato stimato che nel Pacifico,lungo le coste della Baja California in Messico, migliaia di testuggini in vie d’estinzione vengono catturate dagli ami della pesca per il tonno e nel nostro, piu’ vicino, Mediterraneo altrettante muiono nelle reti delle pesca a strascico e imbrocco. ”La pesca a strascico si potrebbe rappresentare come un meteorite che colpisce la Terra – ha commentato Marco Curini-Galletti, professore ordinario di Zoologia all’universita’ di Sassari – Gli effetti e i danni che produce se fossero visibili sulla terra ferma avrebbero portato alla sua messa al bando gia’ molti anni fa. La situazione degli ecosistemi marini e’ purtroppo molto compromessa- ha proseguito Curini-Galletti – la biodiversita’ marina e’ in grave crisi, ma questa viene valutata molto di meno rispetto a quella terrestre. Purtroppo per far venire a galla il problema c’e’ bisogno che vengano colpiti animali carismatici come la tartaruga marina, la balenottera azzurra e la foca monaca. E’una tragedia che continuera’ a peggiorare se non ci sara’ un reale cambiamento d’indirizzo”.

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